Nell’editoriale del primo numero cartaceo del 2025 di Civiltà del bere, il direttore Alessandro Torcoli ha inquadrato il difficile presente del mondo del vino, sempre più demonizzato e attaccato anche dal “fuoco amico”. Riportiamo l’intervento pubblicato sulla rivista con un’integrazione finale che è un appello ad alzare le barricate contro le minacce internazionali, proprio come suggerisce anche il nostro nuovo podcast.
Cercasi uno spacciatore di sogni. Serve qualcuno che ci dica che non stiamo portando l’umanità alla perdizione, ma stiamo dispensando benessere e cultura. Guardavamo i carrarmati invadere il nostro mondo, ma noi insistevamo con l’understatement di chi si sente forte e furbo. Ed eccoci qua, ora lo scenario è stravolto, tanto da far dichiarare a un maestro della diplomazia, come Riccardo Cotarella, presidente degli enologi italiani, di essere disposto “a scendere in piazza”, per quanto “in maniera democratica”.
Vino e superalcolici non sono equiparabili
Lamberto Frescobaldi parla “di fuoco amico”, riferendosi alle politiche europee. Angelo Gaja, in una delle sue lettere aperte, lancia un appello: “basta equiparare vino e superalcolici unicamente a causa della componente alcolica che hanno in comune. Si tratta di un abuso che dura da troppo tempo.” E si lancia in una spericolata dissertazione su tre tipologie di alcol, concludendo con un filo di vis polemica che le associazioni di produttori che contengono la parola “vino” devono battersi per fare la netta distinzione con i superalcolici, suscitando la reazione sconcertata di AssoDistil (“Comprendiamo la volontà di Angelo Gaja di cercare una via di salvataggio per il settore del vino… tuttavia che non lo si faccia cercando di discriminare i superalcolici utilizzando argomentazioni prive di qualunque fondamento scientifico”). Siamo a scene da naufragio, tutti sembrano correre per aggrapparsi a una zattera.
Le misure di Trump e dell’Oms
In effetti il vino è in crisi grave, e tra le varie cause ricordiamo pure il cambiamento climatico, ma com’è possibile che il panico sia esploso all’improvviso? A fare da detonatore sembrano essere stati due protagonisti della scena politica internazionale, tra di loro nemici, una persona e un ente: Donald Trump e l’Oms, Organizzazione mondiale della sanità. Trump ha ingaggiato una guerra commerciale, alzando via via il tiro sino a minacciare dazi nell’ordine della follia (200% sul vino europeo) come ritorsione verso i Paesi europei che secondo lui hanno atteggiamenti poco amichevoli nei confronti dell’economia statunitense. E gli Usa sono il nostro primo mercato, di gran lunga. Intanto l’Oms, dalla quale il presidente americano si è sfilato per questioni geopolitiche, sta marciando verso la definitiva demonizzazione del vino. Contiene alcol, che – scrive nella nota del 14 febbraio – causa 800 mila morti l’anno in Europa. Rilancia quindi sulla necessità di avvertire a chiare lettere sulle etichette dei rischi per la salute. Così l’Unione europea ha rincarato il piano Be.ca. (Beating cancer)proponendo di introdurre misure più stringenti riguardanti la tassazione dei prodotti e la limitazione delle vendite transfrontaliere, l’informazione ai consumatori attraverso l’introduzione avvertenze sanitarie sulle etichette delle bevande alcoliche e la regolamentazione della pubblicità.
Una battaglia nel nome della civiltà
Non stupisce, anche se alcuni commissari europei avevano minimizzato il rischio e altri promettevano incentivi per il settore enologico. In questo senso Frescobaldi parla di “fuoco amico”. Anche Albiera Antinori, presidente del Gruppo Vini di Federvini, ha dichiarato il 17 febbraio che proteggere il vino europeo è una sfida di identità e competitività. Ma è difficile alimentare speranze: l’Oms ha deciso di lottare contro l’alcol (vino incluso), dopo aver vinto la battaglia contro il tabacco. Come fosse la stessa cosa. Di conseguenza i Paesi che ne seguono le direttive (194 Stati membri, anzi 193) si adegueranno. Quindi? Rinunceremo a questa fonte di benessere e cultura? Se vogliamo vincere la battaglia non è più tempo di equilibrismi, è tempo di barricate. È tempo di affermare che rifiutiamo di sottostare alla dittatura del salutismo e che rifiutiamo politiche liberticide per colpa di chi non ha misura. Il vino è un pilastro della civiltà occidentale. Se la amiamo, rifiutiamo ogni imposizione e continuiamo a bere, a parlare, a scrivere a inneggiare al vino. Curioso, che si debba invocare la rivoluzione per difendere la civiltà.
Il nostro appello ai governanti e ai gruppi di pressione
Vorrei chiudere con un aggiornamento, non presente nella versione originale dell’articolo, un appello lanciato nell’ultima uscita della newsletter settimanale di Civiltà del bere (potete iscrivervi qui), sempre provocato dalla mostruosa minaccia trumpiana.
Ci rivolgiamo ai governanti e ai gruppi di pressione, le cosiddette lobby, del mondo del vino, a nome di tutti coloro per cui il vino è importante, se non vitale, come per circa un milione di persone nel nostro Paese. Dato che certi toni drammatici non sono nel nostro stile, potete capire che siamo difronte a una questione fondamentale.
Serve una pronta risposta dal governo italiano ed europeo
Come noto, il presidente degli Stati Uniti d’America Donald Trump ha minacciato dazi al 200% su vini e alcolici europei, come risposta alla misura europea di dazi al 50% sugli whiskey americani, che a loro volta sono una risposta alle tasse doganali imposte su acciaio e alluminio. Queste battaglie commerciali non sono una novità, sembra anzi di rivivere un vecchio incubo (vedi presidenza Trump I), ma attenzione. Il contesto oggi è diverso e molto più delicato. Sarà decisiva una pronta e sicura risposta dal governo italiano e da quello europeo, per scongiurare il disastro. Infatti, sono tempi duri per il vino in generale, ma noi italiani (e francesi, spagnoli…) siamo i principali interessati alle sue sorti e non possiamo cedere. Sono tempi duri perché, oltre all’economia, è in corso una guerra internazionale (poiché parte dell’Organizzazione mondiale della sanità) contro l’alcol e tutti gli alimenti che lo contengono, vino compreso.
Perché è tempo di barricate
L’Europa non è compatta nella difesa di questo nostro patrimonio culturale ed economico, quel è il vino, vi sono Paesi schierati contro o indifferenti. Ecco perché in questo momento è fondamentale che i nostri rappresentanti non tentennino in Europa e si impegnino con forza per costituire un fronte comunitario in difesa del vino che porti alla negoziazione di politiche di difesa del settore, alzando quindi una barricata contro le minacce internazionali e in questo momento, soprattutto, statunitensi. Alla base, quindi, spetta a noi opinionisti e a tutte le associazioni di settore aumentare ai massimi livelli la pressione verso i rappresentanti politici perché raggiungano questo obiettivo.
L’editoriale è tratto dal n. 1/2025 di Civiltà del bere, aquistabile qui, mentre a questo link sono disponibili le puntate del podcast La barricata pubblicate fino ad oggi
Foto di apertura: © K. Wurth – Unsplash