Birra

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Iga, la birra che si fa (anche) con l’uva

20 Settembre 2024 Luca Giaccone
Iga, la birra che si fa (anche) con l’uva

Nata nel 2015, l’Italian Grape Ale è uno “stile non stile” che identifica la produzione artigianale nazionale. È prevista l’aggiunta di acini, mosto o sapa. Moscato bianco, Sangiovese e Nebbiolo le varietà più usate.

Nel 2019 il dizionario Treccani ha inserito l’espressione Italian Grape Ale tra i neologismi dell’anno, con questa definizione: “birra ad alta fermentazione contenente anche una percentuale di uva, mosto o mosto cotto (sapa)”.
Se anche una prestigiosa istituzione linguistica registra l’espressione tra quelle accettate, significa che siamo di fronte a qualcosa di impossibile da non considerare come uno dei risultati più significativi che la birra artigianale italiana abbia registrato nella sua (breve) storia.
Questo “stile non stile” nasce ufficialmente nel 2015, quando l’ente americano BJCP (Beer Judge Certification Program) inserisce le Italian Grape Ale nell’appendice B (Local styles) assieme ad altre due nuove categorie dell’Argentina. Da quel momento il mondo brassicolo internazionale ha capito che i birrai italiani avevano creato una tipologia molto interessante, con sviluppi la cui portata non è probabilmente ancora chiara a nessuno.

Dove tutto è cominciato

Ma già 15 anni prima, Teo Musso – creatore del birrificio Baladin e padre del movimento artigianale italiano – aggiungeva il 25% di uve Dolcetto a 500 litri di mosto di Nöel, la sua birra natalizia, una Belgian Strong Dark Ale. L’esperimento si ripete nel 2001 (con uve Nebbiolo) e nel 2002 (ancora con Dolcetto). La birra viene chiamata Nöel Perbacco, ma le bottiglie da 75 cl non sono mai commercializzate, per rispetto al padre di Teo, viticoltore.
Per arrivare alle prime etichette in vendita bisogna aspettare qualche anno, ma evidentemente il germe era stato seminato. Nei primi mesi del 2007 viene messa in commercio la BB10, una potente Imperial Stout, prodotta con aggiunta di sapa (mosto cotto) di uve Cannonau. Il creatore è Nicola Perra, del birrificio Barley di Maracalagonis, una ventina di minuti a ovest di Cagliari. Oggi è un punto di riferimento assoluto per le Iga: ne produce una dozzina di etichette diverse, sia con sapa sia con mosto concentrato a freddo, sempre di uve locali.
Nello stesso 2007 vede la luce la Tibir (con uve Timorasso) e l’anno successivo la Open Mind (Croatina). Siamo in Piemonte, nella poco conosciuta, ma estremamente affascinante, Val Grue. Al Birrificio Montegioco il patron Riccardo Franzosi tratta l’uva come un frutto, riscaldando gli acini fino a leggera ebollizione (per disattivare le spore) prima di aggiungerli al termine della fermentazione del mosto d’orzo.

Il censimento in un sito

Da quei primi anni pionieristici, le contaminazioni tra i cereali e l’uva sono letteralmente esplose. Il sito italiangrapeale.org, creato dall’amico Guido Palazzo, gestisce un censimento di tutte le Iga prodotte nel territorio nazionale. Nel database sono presenti 262 birre di 155 birrifici. Sono registrate 109 varietà di uva; le varietà più ricorrenti sono Moscato bianco (20), Sangiovese (12), Nebbiolo (10), Montepulciano (9), Barbera (8), Malvasia (8), Trebbiano (7) e Vermentino (7). Interessanti i dati sull’utilizzo dell’uva, che viene così dichiarato: mosto fresco (184), frutta (24), mosto cotto (24), mosto stabilizzato (10), vinacce (9), mosto pastorizzato (7). Fanno capire quanto sia difficile normare e definire i confini di questa tipologia, ampia e sfaccettata.
Quindi cos’è, una Iga? Prima di tutto – sembra superfluo dirlo, invece è fondamentale – è una birra.
Deve cioè avere una base cerealicola, offrire la morbidezza tipica dell’orzo, che i vini non hanno. Contemporaneamente però deve esserci qualcosa in più. L’uva (in qualunque forma e momento produttivo sia usata) deve aggiungere sfumature e suggestioni che altrimenti non si potrebbero ottenere, con le materie prime classiche. Infine non si deve mai perdere d’occhio l’equilibrio, che può essere facilmente messo in discussione dall’aggiunta dei frutti di Bacco.
Per questo motivo è fondamentale partire dal vitigno, dalle sue caratteristiche e costruirgli attorno una birra che funzioni, che abbia le caratteristiche giuste per questo matrimonio che certamente “s’ha da fare”. Tutti gli elementi sono importanti: le scelte di malti, luppoli (soprattutto per la parte aromatica) e lieviti devono essere effettuate tenendo in considerazione le specifiche dell’uva selezionata e del modo in cui la si utilizza in birrificio. È un compito difficile, che necessita di molta esperienza e di grande sensibilità, ma le migliori Iga italiane sono un fiore all’occhiello della nostra produzione e stanno rapidamente diventando un punto di riferimento internazionale.

La nostra selezione

Barley
BB10 (10% abv)

iga birra

Una ricca e potente Imperial Stout, cui la sapa di Cannonau aggiunge una pennellata d’autore. Sentori di frutti di bosco e prugne disidratate completano un olfattivo segnato dalle note tostate e maltate della birra di partenza, con richiami di cacao e liquirizia. Raro esempio di potenza ed eleganza, il grado alcolico è ben mascherato e il finale in perfetto equilibrio. Una birra che ha fatto scuola e ogni bicchiere lo ricorda alla perfezione.

Birrificio Montegioco
Tibir (8,5% abv)

iga birra

Al Birrificio Montegioco (Alessandria) c’è una grande esperienza nell’uso della frutta: pesche, ciliegie, lamponi, fragoline arricchiscono una gamma di birre molto ampia, di grande carattere e profondità. In questo caso l’uva Timorasso aggiunge note fresche, fruttate, erbacee. Solo dopo una lunga maturazione in bottiglia (consigliatissima) emergono il carattere minerale e il sentore idrocarburico del grande vino bianco piemontese.

Birrificio del Forte
Il Tralcio (12% abv)

iga birra

Il Birrificio del Forte di Pietrasanta (Lucca) è noto per le sue birre intense e morbide (la Mancina ha vinto l’oro alla World Beer Cup del 2018), ma con la linea Radici ha spostato l’asticella ancora più in alto. Capostipite è Il Tralcio: il mosto d’orzo e quello di Sangiovese fermentano con l’aggiunta di due ceppi di lievito, uno da birra e uno enologico. Il metodo classico regala una bolla fine, il grado alcolico è mascherato alla perfezione; la birra è elegante, lunga e ricca.

Foto di apertura: per produrre Iga all’orzo, materia prima per eccellenza, si somma una percentuale di uva o mosto © Mad Pixel – Shutterstock

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