In questo vecchio articolo Roberto Morgante, di professione medico e neurologo, analizza la relazione tra fisionomia, indole e preferenze in fatto di bevande in generale e di vino in particolare. Ne esce un campionario tanto illuminante quanto divertente.
Non è che ognuno di noi (potendo), mangi e beva quello che deve. In realtà tende a rivolgere la sua attenzione a quei cibi e a quelle bevande che gli sono, per così dire, congeniali. Istintivamente.
(Sia consentito a chi si occupa professionalmente di medicina e neurologia di divagare un poco su questo tema, del mangiare e del bere in rapporto alla personalità, senza pretendere tuttavia che le ipotesi dello studioso, formulate qui tra il serio e lo scherzoso, siano tutte prese per oro colato).
La fisionomia di grandi personaggi letterari
Quando don Abbondio si sveglia di soprassalto nel cuore della notte, e dice “Io penso alla pelle… io non voglio andarne di mezzo”, non fa che confermare il suo schema corporeo di grassottello imbranato. Padre Cristoforo, per contrappunto, lui sì che è magro: altruista e ribelle alle ingiustizie umane, e non esita ad affrontare il temibile don Rodrigo.
Ancora: prendiamo don Chisciotte: “secho de carnes”, e “gran madrugador”: è l’emblematico aspetto somatico dell’idealismo romantico, della spiritualità. E Amleto: la spiritualità fatta persona. Insomma: noi tutti, longilinei e asciutti, grassocci e torniti, abbiamo una certa coerenza psicologica con lo schema corporeo che ci portiamo addosso, risultato di un’alimentazione tutta personale. Questa considerazione prescinde, ovviamente, dalle obesità o magrezze di tipo patologico, dipendenti cioè da disfunzioni ormonali, o altre “organiche”.
L’ingordigia come forma di ansia
Questo per quanto riguarda la “quantità” del cibo e del bere; che ci condiziona al punto, che gli psicologi affermano essere espressione – l’ingordigia – di una condizione di ansia. Ansia che evidentemente coinvolge una infinità di persone, visto l’assalto sconsiderato alle tavole imbandite nelle non mai deprecate abbastanza “cene in piedi” con gli amici. Un assalto che evoca climi risorgimentali, e si traduce in una specie di goffa battaglia con la baionetta (forchetta) innestata per farsi largo, e il bicchiere alzato sulla testa, per celebrare la successiva distensione.
L’uomo a tavola tradisce la sua personalità intima, il suo aspetto psicoemotivo interiore, nella scelta dei cibi. Dicono infatti gli psicologi: dimmi cosa mangi, e ti dirò chi sei. Ma forse ancor meglio si dovrebbe dire: dimmi cosa bevi, e mi rivelerai te stesso. E vediamo cosa esprimono queste scelte.
Il latte
Conferisce conforto e sicurezza in quanto riporta al seno materno (o anche a qualche altro seno, che è caro per apparenti antitetici ma similari freudiani motivi). Quindi bevete più latte, e il vostro mammismo ne uscirà rinsaldato, il vostro amore “acuto” rafforzato.
I dolci
Rappresentano una ricompensa psicologica, un premio elargito dalla provvidenza per una nostra azione buona o efficiente (da piccoli la mamma ci premiava con una fetta di torta, quando la maestra segnava “lodevole” in pagella o sul tema in classe).
La carne
Specie se rossa, al sangue, ha valore magico-feticistico, ed imprime vigore e forza muscolare. È noto che gli sportivi mangiano bistecche alla fiorentina, e che gli americani sono imbottiti (all’interno, cioè nei loro muscoli) di bistecche dell’Arizona o del Montana. Fortissimi.
Il caviale
Esprime esibizionismo e narcisismo. Si addice, di conseguenza, a quella miriade insopportabile di immodesti che quotidianamente intralciano la nostra strada.
Il salmone
Per gli psicologi inglesi fa sweet melancholy, bellezza e dolcezza umana. Lo psicologo potrebbe quindi porgerlo con garbo solo a Catherine Deneuve.
Come si mangia
L’ansioso, quando si accinge a mangiare un piatto sopraffino afferra immediatamente la parte migliore (la coscia, supponiamo), per timore di perderla. Il pignolo vuole a tutti i costi conoscere gli ingredienti che compongono un determinato piatto, accoppia ad ogni portata un determinato contorno, e solo quello. L’ingordo si suddivide in due categorie: quello che ha lo stomaco senza fondo (chiamato anche nel veneto “secchiaio”), e quello che sceglie fior da fiore, in miscellanea. L’ambizioso è ricercato nella scelta dei piatti: frutta e verdure fuori stagione, primizie, caviale blu, brodo di tartaruga, eccetera.
Mangiare in fretta
Riveste una certa importanza anche il modo di masticare i cibi; il prodigo si “dimentica” di assaporare il cibo, e lo lascia macerare in bocca all’infinito in una sorta di alienazione dalla realtà esterna. L’avaro lo tiene sì a lungo in bocca, ma lo rimestola analizzando ogni sensazione gustativa da amatore dei sapori. Anche l’umore influisce decisamente sull’appetito; ce lo dice una esperienza millenaria: anche il contatto con persone antipatiche blocca la digestione nelle persone troppo sensibili. L’espressione popolare, “quello mi sta sullo stomaco”, si avvicina di molto alla realtà fisiopatologica dei fatti.
L’abitudine moderna di mangiare in fretta, in piedi allo snack, è quanto di più psicopatologicamente negativo l’uomo abbia potuto immaginare. Così il pranzo e la cena “in piedi”, di pessima derivazione straniera. Gli psicologi auspicano il ritorno alle tavolate patriarcali, anche se a capo di esse è inevitabile far sedere un nonno un po’ imbranato per via dell’arteriosclerosi.
Vino e tipi di personalità
Quali aspetti della personalità umana svela la scelta elettiva di un determinato tipo di vino: bianco, rosso, rosé? Cominciamo col dire che – se vogliamo dare per concessi certi assiomi psicanalitici che però vanno sempre presi cum granu salis – l’ambizioso si dirige con la sua attenzione verso lo Champagne oppure il Brut di classe, tipo Franciacorta, Valdo, Carpené, Noble Sec Fontanafredda, Riserva Brut Gancia. Il raffinato ammette solo per il suo palato esperto vini Doc. Il timido ricorre al rosso, che gli fa superare “impasses” brutali con la vita (colloqui coi superiori; abbordaggio d’una bella donna) roccaforte proibita e irraggiungibile. Lo sportivo si butta sul rosso, segno di vigore sanguigno e muscolare. Il depresso melanconico anche sul rosso.
L’incerto, insicuro, maldestro, preferisce – nove volte su dieci – il rosé. L’efficiente, tipo manager, li beve tutt’e due: bianco e rosso, trascurando, nella sua fretta schematica, il rosé. Il pignolo e l’igienista vanno a pescarsi, in campagna, il “vino del contadino”, vero o presunto che sia.
L’ingordo beve “a canna”, senza badare alla qualità. Il prodigo allunga il vino con l’acqua minerale.
Uno sguardo al mondo femminile
La donna bella e soddisfatta beve inevitabilmente il bianco, freddo, secco. La donna insoddisfatta, acida, scostante, bruttina, beve solo acqua. La donna bella, realizzata, e che soprattutto “fa realizzare” (sul piano verticale e sul piano orizzontale) l’uomo che le sta accanto chiaramente beve e bianco e rosso. E, dopo (concludendo), un grappino “sigillo nero”.
Resta infine l’avaro. Necessita di una nota a parte. E l’antica medicina araba sottolineava: “diffida sempre da chi beve solo, e soltanto acqua”. Ed aggiungeva, tramite la voce di un grande filosofo: “L’avaro spilorcio diventa generoso, quando è raggiunto dal bicchiere di vino”. Si tratta, insomma, di far fare all’avaro il primo passo. Poi fatalmente inciampa nel nettare di Bacco. Come tutti.