La quinta edizione dell’anteprima dedicata a questa piccola enclave a nord dell’Abruzzo si è svolta ad Atri dal 27 febbraio al 1° marzo. In programma, oltre alle degustazioni, un utile dibattito tra la stampa e i produttori. Le annate a confronto e i nostri migliori assaggi di Trebbiano, Pecorino, Cerasuolo e Montepulciano, anche Riserva.
Più che un’anteprima, un focus, ovvero il tentativo di fotografare non solo lo stato dell’arte delle annate in commercio del vino principe della zona, il Montepulciano, ma anche delle altre anime di un territorio che si declinano anche con le uve a bacca bianca – Pecorino e Trebbiano – e, naturalmente, con il Cerasuolo. La quinta edizione della manifestazione dedicata ai vini delle Colline Teramane, nonostante il Consorzio locale sia ormai stato riassorbito da quello che tutela la più grande Doc Abruzzo, è tornata a svolgersi separatamente e ha scelto quest’anno la piccola roccaforte di Atri, in provincia di Teramo, come palcoscenico per ospitare non solo le degustazioni, ma anche un momento di confronto tra stampa e produttori locali.
Non solo Montepulciano
«Oggi Colline Teramane non è solo Montepulciano», ha spiegato Enrico Cerulli Irelli, ex presidente del Consorzio locale e oggi referente del Comitato di denominazione di questa piccola enclave del nord della regione. «Una scelta fatta tempo fa perché prevalse l’idea che se le origini della denominazione sono prevalentemente l’ambiente, la storia e le persone di questa porzione di Abruzzo, allora questi elementi sono da condividere anche su altri vini che si producono qui». Un’identità, quella relativa anche ai vitigni a bacca bianca e al Cerasuolo, non facile però da tratteggiare in questo momento, perché molti di produttori di questo territorio continuano a preferire non uscire sotto il cappello di questa sottozona, nata nel 1995 e poi diventata Docg nel 2003. Un destino, d’altronde, che accomuna anche il Montepulciano: sono circa 600 mila, infatti, le bottiglie mediamente in commercio con questa denominazione – 580 mila nel 2024, ottenute da 144 ettari vitati –, una goccia rispetto ai 100 milioni prodotti con questo storico vitigno abruzzese sotto il cappello della Doc, ma che certamente potrebbero crescere, come è d’altronde un po’ l’auspicio di molti.
Alla ricerca di un’identità stilistica
Il tema della ricerca di un’identità stilistica condivisa che metta in luce anche nei bicchieri l’evidente distintività di questo spicchio di Abruzzo al confine con le Marche – quattro vallate collinari, Vomano, Tordino, Salinello, Vibrata, con vigneti posti ad altitudini anche importanti che beneficiano di un microclima ideale avendo il Mar Adriatico da una parte e un gigante come il comprensorio montano del Gran Sasso e dei Monti della Laga dall’altra – è ricorrente e presente da tempo nei pensieri della stampa di settore. Quest’anno sono stati chiamati a discuterne pubblicamente in un incontro che si è svolto all’interno del teatro comunale di Atri, moderati del giornalista Antonio Paolini. Meno sovrastrutture legate a eccessive concentrazioni e usi troppo invasivi e disinvolti del rovere, come avveniva un tempo, sono i desiderata che hanno accomunato gli interventi dei giornalisti, pressoché tutti concordi nel sottolineare la presenza di un percorso che oggi vede molti più campioni, rispetto al passato, andare incontro a questa esigenza.
I fattori da considerare
Più o meno tutti d’accordo anche i produttori presenti all’incontro, che però hanno sottolineato alcune peculiarità che non bisogna mai dimenticare quando ci si approccia al Montepulciano in Abruzzo: l’anemicità e l’eccessiva sottrazione non vanno a braccetto con una varietà che ha nel suo Dna struttura, corpo e colore, anche quando le rese sono generose o le annate più “diluite”. Esiste una tipologia d’ingresso del Montepulciano anche in questo territorio, che oggi può andare incontro a esigenze di maggior leggerezza e versatilità di consumo, grazie a un disciplinare che consente un periodo minimo di invecchiamento obbligatorio di un anno e non tre come la Riserva.
Requisiti che, d’altronde, aggiungiamo noi, già il Cerasuolo possiede, e senza derogare al suo autentico vestito, che è non è trasparente come quello provenzale. Attenzione, però, sempre anche al mercato, che non è uniforme, né in Italia, tanto meno all’estero: un avvertimento, quest’ultimo, del quale si è fatta portavoce nel suo intervento Angela Velenosi, sottolineando l’amore che, invece, in certi Paesi esteri continua a esserci per interpretazioni che la stampa nostrana non ama invece più da tempo.
Trebbiano e Pecorino in chiaroscuro
Come di consueto, le annate sotto la lente di ingrandimento sono state diverse, questo perché non esiste un unico millesimo che debutta contemporaneamente, vuoi per esigenze commerciali differenti, nonché per filosofie interpretative che non vanno nella medesima direzione.
Nel caso di Trebbiano, Pecorino e Cerasuolo, i millesimi in degustazione erano quelli delle annate più recenti, 2024 e 2023, due sfide difficili, in un caso per la siccità, nell’altro per la peronospora. Pochi i campioni in degustazione nel caso dei vini bianchi, impossibile quindi azzardare qualsivoglia analisi complessiva: non hanno, però, sfigurato, senza al tempo stesso brillare con acuti da ricordare.
I Cerasuolo non hanno convinto
Complessivamente deludente il risultato dei Cerasuolo, che da queste parti, quando più produttori decideranno di uscire sotto il cappello della Docg, potrà avere più di una carta da spendere sul mercato. Tanti, troppi i vini con una definizione del frutto troppo costruita e ridondante nella sua dolcezza, poco dinamica nel caso del 2024 e senza quella bella stratificazione che ci si aspetta anche da questa tipologia. Sulla paletta dei colori a disposizione c’è un po’ di tutto: un tema noto, questo, e sul quale si è espresso il presidente del Consorzio, Alessandro Nicodemi, sottolineando la volontà di blindare il colore del Cerasuolo all’interno del disciplinare (difficile che la modifica però possa essere valida già per la vendemmia 2025), lasciando a chi vuole inseguire colori molto scarichi la possibilità di agire all’interno della Doc, che prevede la tipologia Rosato.
Le Riserve di Montepulciano, una piacevole sorpresa
Nel caso del vitigno più importante della denominazione, il range di annate è stato molto eterogeneo e ha coperto ben sei millesimi (tralasciando l’”archivio” delle vecchie annate messe a disposizione), anche se il grosso dei 25 campioni in degustazione appartenevano a 2022, 2021 e 2020. Sono state probabilmente le Riserve di quest’ultimo millesimo quelle che ci hanno maggiormente convinto, donando più di un’interpretazione dotata di equilibrio, ricche nel corredo aromatico, ma mai stucchevoli, anzi, caratterizzate da finezza e da un sorso dove la tessitura dei tannini, l’acidità e l’allungo sul palato hanno mostrato il volto più bello di questo vino che ha svariate frecce al suo arco quando gestito con grande oculatezza. La versione Riserva, che spesso cede in termini di equilibrio e gestione del rovere, soprattutto in gioventù, è apparsa invece davvero centrata in molti campioni, così come in alcune interpretazioni con più di 20 anni sulle spalle, che riescono ancora a respingere corredi aromatici incentrati solo su note terziarie e mediterranee, mentre il sorso è ancora grintoso, vivo, fresco, con una grana del tannino sottile e ben calibrata.