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Un anno da studente MW, a un mese dal primo esame

17 Maggio 2013 Alessandro Torcoli
Cominciano a tremare i polsi. Tra meno di quattro settimane, esattamente il 10 giugno, gli studenti italiani iscritti al programma dell’Institute of Masters of Wine affronteranno a Londra la prima prova, il FYA ossia First Year Assessment. Ci sarò anche io. I bookmakers della City danno l’esito pienamente positivo 1 a 100. Sarebbe auspicabile essere promossi con una pacca sulle spalle (“You are not bad… go on… but non sperare troppo di passare l’esame del secondo anno”). Non è raro che ti consiglino di ripetere la prima prova oppure di prenderti un paio d’anni di riflessione, per poi ripartire da zero. Ovviamente, si tratta di un consiglio British, cioè di un'elegante trombatura. Speriamo di evitare almeno l’ultima ipotesi. TRE CANDIDATI ITALIANI - Certamente Anastasia Roncoletta, Roberto Anesi ed io ci avviciniamo all’appuntamento con un filo d’ansia. Per quanto mi riguarda, nessuna delle opzioni è esclusa. E non si tratta di falsa modestia o di scaramanzia. Un anno nel programma MW mi ha insegnato molto, specialmente ad essere umile. Diventare MW non è affatto una gara. È il raggiungimento di un ampio bagaglio di esperienze e di approfondite conoscenze. È più una consapevolezza, che un’approvazione da parte degli altri membri del club. E contano molto la determinazione, il desiderio di arrivarci, prima o poi. E non ha senso cercare una scorciatoia (per altro inesistente), non parliamo di una raccomandazione (impossibile). Conta ciò che sai e come lo sai comunicare, possibilmente in inglese. "EVIDENCE IN THE GLASS" - Per un italiano sul sentiero, l’insegnamento più prezioso è proprio il cambio di prospettiva. Certo un pizzico di fortuna può servire: ad esempio, se durante l’assaggio alla cieca di 12 rossi riconosci al volo due o tre vini, parti bene. Ma persino questa banale considerazione, in fondo, non è del tutto vera. Infatti, può capitarti di credere di aver riconosciuto un vino, magari un Chianti o un Amarone e le tue descrizioni, anziché basarsi sulle vere prove nel bicchiere (evidence in the glass, they say), saranno forzate dal tuo modello mentale di quel vino. La fortuna, quindi, serve poco. È utile piuttosto tener presente qualche astuzia. SAPER LEGGERE LE DOMANDE - Innanzitutto, è fondamentale saper leggere le domande. Una delle massime più utilizzate nell’ambiente studentesco è “FAFQ”, acronimo un po’ volgare che tradotto elegantemente significa: “la dannata risposta sta nella dannata domanda”. Un esempio: se di tre sparkling wines ti chiedono di indicare l’origine e il metodo di produzione, puoi sospettare che si tratterà di un Prosecco, di uno Champagne e di un Cava… Perché, in fondo, quello che gli esaminatori voglio capire è se conosci il vino, nelle sue tipologie principali. E questi tre esempi di “bollicine”, essendo diversi nella tecnica di produzione, sono anche un’occasione ideale per verificare se lo studente conosce tali differenze. E così pure se ti trovi di fronte a tre rossi “prodotti con la stessa singola varietà, provenienti da tre Paesi diversi” è più facile che siano tre Syrah o Pinot nero piuttosto che Merlot. Vi domanderete perché… dato che il famoso bordolese è piantato con un certo successo in tutto il mondo! Perché in realtà non esistono tre denominazioni davvero importanti che debbano la loro fama a vini prodotti esclusivamente con uve Merlot. Un altro indizio: è difficile che vi sia proposto qualche raro esempio di Pomerol, perché in sede d’esame non vengono normalmente utilizzate etichette di alto pregio. Si tratta, per lo più, di vini reperibili con una certa facilità sugli scaffali britannici. Insomma, più facile che siano un Côtes du Rhône, un vino di Marlborough (Nuova Zelanda) e uno della Barossa Valley (Australia). PRIMO ANNO: DEGUSTARE ALLA CIECA - Raccontato così, sembra facile, e mi sento un po’ in imbarazzo. Sono solo uno studente, che ancora non ha passato neppure il primo esame, e impartisco lezioni su come diventare MW. Lungi da me. Cerco soltanto di condividere qualche considerazione molto generale a beneficio di chi si domanda come si possano affrontare degustazioni alla cieca di 12 vini provenienti da tutto il mondo. Un’altra considerazione riguardo al riconoscimento dei vini, secondo alcuni la prova più ardua. Individuarli, con o senza ragionamenti logici, è solo una minima parte della prova. Per ogni risposta su un determinato vino, infatti, vengono assegnati fino a 10-15 punti e per raggiungere il massimo punteggio possibile, indovinare il vino non basta. Agli esaminatori interessa come arrivi alla conclusione del tuo ragionamento. Il cosiddetto funnelling, partire dal generale per arrivare più vicino possibile all’obbiettivo. Il vino dev’essere commentato per i suoi caratteri aromatici (ma senza indugiare troppo nella descrizione dei profumi! Due o tre sono più che sufficienti), per acidità, tannino (nei rossi, ovviamente), alcol, struttura, finale, residui zuccherini ecc. Attraverso i vari indizi nel calice è possibile avvicinarsi alla verità. E devi sempre argomentare, in base a questi indizi, perché ritieni che il tal vino possa essere stato prodotto con Cabernet piuttosto che Merlot. E perché quel Cabernet è più probabile che venga dal nuovo mondo, piuttosto che dall’Europa. Se scrivi “Cabernet, Napa Valley” ed è corretto, ma non argomenti come ci sei arrivato, riceverai giusto un “premio”, un paio di punti, ma molto sotto la soglia della sufficienza. SECONDO ANNO: GLI ESSAYS - Quanto alle prove teoriche, i cosiddetti theory papers, suddivisi in essays, brevi trattati, è richiesta una severa organizzazione del discorso in stile anglosassone (introduction, paragraphs, conclusion) alla quale molti di noi italiani (direi pure latini, compresi spagnoli, portoghesi, francesi, greci…) non sono abituati.  Le prove sono divise nei papers di viticoltura (1), enologia (2 e 3), wine-business (4), attualità (5). All’esame del secondo anno si devono svolgere un paio di essays per ciascun paper (cioè una decina in tutto), in tempi stretti e possibilmente in inglese. In realtà, si può scegliere di scrivere nella propria lingua madre, con servizio di traduzione, ma pochi ne approfittano. In effetti, dopo aver passato anni su libri di testo in inglese, l’esigenza di farsi tradurre può essere secondaria. TERZO ANNO: LA TESI - Qualcuno si domanda se valga la pena affrontare questo duro percorso. A parte le lezioni di vita, che si potrebbero giustamente ignorare, è inestimabile il valore delle relazioni internazionali e delle conoscenze tecniche che si acquisiscono attraverso i seminari, i corsi, i viaggi. Ecco perché, se la strada dovesse pure prospettarsi più lunga del previsto, non sarebbe una tragedia. Il tempo minimo per diventare MW è di tre anni (due per gli esami e uno per la dissertation, la tesi di 10 mila parole da presentare alla commissione che dovrà infine decretare la tua membership). IL METODO DEL SELF-STUDING - Tre anni, però, è un obiettivo temporale raggiunto da pochi fenomeni, normalmente di Londra, per le opportunità di studio e degustazione offerte da quella piazza. Molti MWs stimati e celebri ci sono arrivati dopo 5 o 6 anni. È davvero importante comprendere che diventare MW non equivale a conseguire un master alla London Business School. In tal senso il termine “master” risulta un po’ fuorviante, dato che si tratta di un percorso di self-study e nessuno ti insegna la materia. I seminari sono focalizzati sul metodo. Diventare MW significa piuttosto essere accolti (si tratta di membership, appunto) in uno dei club più elitari del mondo del vino. I MW sono solo 301 nel mondo. A BREVE ALTRI CANDIDATI ITALIANI - Ora speriamo di passare al secondo anno, tutti e tre my fellow students, e soprattutto che si uniscano a noi in questo cammino altri candidati, tra coloro che a marzo hanno partecipato alla seconda MasterClass organizzata in Italia. A giorni si attendono anche quei risultati. È importante essere in tanti, per organizzare gruppi di studio, di degustazione e scambiarsi costantemente informazioni, come già accade – ed è un aspetto meraviglioso, favorito dalle nuove tecnologie – con i colleghi di corso che vivono e lavorano negli Stati Uniti, in Inghilterra, a Pechino e a Sydney.

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