Da Cesare Pio a Pio Boffa, le personalità che hanno determinato il successo della Cantina di Alba. L’idea di assemblare le uve delle vigne più vocate in diversi comuni. 40 anni di acquisizioni delle migliori parcelle.
Nel 1881 Cesare Pio presta nome e cognome alla sua passione. Appena ventenne lascia le colline del piccolo comune di Mango e si trasferisce ad Alba, dove compra una piccola stalla tra le mura millenarie del centro storico e la trasforma in cantina. Registra il marchio invertendo le generalità, come si usava all’epoca, col sogno di produrre vini per sé, la sua famiglia e una manciata di clienti. «Ad Alba c’era la ferrovia e il mercato delle uve, chi produceva vino non possedeva vigneti e comprava lì la materia prima», racconta la trisnipote Federica Boffa Pio, che oggi assieme al cugino Cesare Benvenuto Pio è l’anima e il cuore di Pio Cesare, nome celebre e conosciuto in tutto il mondo come sinonimo di stile e qualità.
Le prime medaglie vinte alle Esposizioni universali
Barbera, Dolcetto, Moscato, ma soprattutto Barolo e Barbaresco sono la tradizione dalla quale è impossibile sottrarsi, ma idee e metodi del fondatore sono assai innovativi per l’epoca. «Il mio trisnonno è stato un pioniere della qualità. Barolo e Barbaresco in quegli anni erano vini dolci, dal colore pallido e pochi innovatori, come lui, decisero di cambiarne i connotati per renderli secchi, più adatti alla tavola».
Tra i primi in Italia a ricevere il passaporto – «il suo era il numero 55 e ancora oggi lo conserviamo incorniciato in azienda» – Cesare Pio «è stato un ambasciatore non solo della nostra famiglia e della nostra cantina, ma anche di tutto il territorio. Ha partecipato a eventi dedicati al vino in giro per il mondo. Ha rastrellato premi in numerosi concorsi dell’epoca e i suoi vini hanno vinto medaglie alle Esposizioni universali a cavallo del secolo, da Parigi e Bruxelles, da Milano a Torino». Le stesse medaglie ancora oggi fanno bella mostra di sé sulle etichette del Barolo e Barbaresco Pio Cesare, orgogliosamente accanto allo stemma della città di Alba.
Lo stile multi-cru di Barolo e Barbaresco
Tradizione e identità sono concetti che restano impressi nel Dna delle generazioni successive. «Mia nonna», prosegue Federica, «è stata l’ultima ad avere il cognome Pio prima che mio padre, un Boffa, lo facesse nuovamente aggiungere al suo. Aveva una tempra eccezionale, è morta a 98 anni bevendo Barolo e Barbaresco a pranzo e cena. Era forte e determinata, ma ereditò l’attività quando era giovanissima e aveva bisogno di una mano».
Rosy si sposa infatti a 17 anni, con Giuseppe Boffa, ingegnere alla Innocenti di Milano. Testardo, fin da bambino, «quando camminava per 9 chilometri a piedi con gli zoccoli per andare a scuola», Giuseppe lascia la sua carriera nel 1942 per dedicarsi alla cantina assieme alla moglie, salvandola dalla chiusura. «Scavò quattro piani sottoterra per dedicare più spazio alla produzione e ideò un rivoluzionario sistema di pompe che ancora funziona», dice Federica Boffa. «La sua idea del Barolo e del Barbaresco è la stessa che meglio descrive ancora oggi la nostra filosofia. Uno stile per così dire multi-cru, con l’assemblaggio delle migliori uve delle vigne vocate in diversi comuni, per poter comunicare l’espressione più completa di un territorio in tutte le sue sfumature».


Pio Boffa, l’anello di congiunzione tra passato e presente
Figura centrale nei 140 anni del romanzo di Pio Cesare è naturalmente Pio Boffa (anche se il nome completo è Pio Boffa Pio, perché proprio dallo storico cognome dinastico non voleva separarsi).
«Lui è stato l’anello di congiunzione tra il passato e il presente della Cantina», spiega la figlia Federica. «Ci ha insegnato l’attaccamento alla terra, ma anche la serietà, la lealtà e l’operosità».
Assieme al padre Giuseppe, Pio capisce prima di tutto che il sentiero per la qualità passa da vigneti di proprietà e comincia l’opera di acquisizione dei terreni aziendali. Il Bricco di Treiso nel 1974 e l’Ornato a Serralunga d’Alba nel 1979 – che oggi danno vita agli omonimi cru ma che da sempre appartengono più agli storici assemblaggi del Barolo Pio e del Barbaresco Pio – cui seguiranno altre tessere di un mosaico che oggi abbraccia circa 80 ettari sulle colline di Barolo e Barbaresco, nei Colli Tortonesi e in Alta Langa. Fino all’ultima acquisizione nel 2014 nel comune di Monforte d’Alba nella vigna Mosconi.
Un uomo innamorato della sua terra
«Ci ha messo 40 anni per completare la sua opera, scegliendo e acquistando un pezzo dopo l’altro tutte le parcelle dalle quali precedentemente acquistavamo le uve. Per non cambiare la ricetta e mantenere la nostra impronta». Pio Boffa «era orgoglioso, innamorato della sua terra, dei suoi vini e della sua famiglia». Innovatore e stakanovista. «Fu uno dei primi, in Italia ed in Langa, a credere nelle potenzialità dello Chardonnay che piantò nel 1981 a Treiso nella zona del Barbaresco per la produzione di un grande bianco, il Piodilei. Fece anche eccezione al suo credo del blend vinificando separatamente alcuni cru di Barolo e Barbaresco, non tanto per dimostrare che fossero vini migliori, quanto per esaltare la vocazione di alcune parcelle».
«Era dedito al suo lavoro e sempre in movimento. Ha collezionato le carte miglia di quasi tutte le compagnie aeree e stava in viaggio anche 200 giorni l’anno, dagli Stati Uniti, la roccaforte del suo successo, all’Asia. Non amava i riflettori così come farsi pubblicità, tanto che ad Alba non ci sono nemmeno indicazioni su come raggiungere la nostra azienda e tanti albesi ignorano la presenza di una cantina nei sotterranei del centro storico», racconta ancora la figlia.
Ma nonostante questa riservatezza, Pio Boffa è riconosciuto come uno degli ambasciatori più importanti dei vini delle Langhe nel mondo, avendo contribuito ad amplificarne la notorietà e definirne lo stile. «Amava dire “Non farti mai vedere, ma lasciati vedere”. Una frase che racchiude il suo più intimo modo di essere. E al contempo, non a caso, descrive la personalità anche dei nostri vini».
Foto di apertura: Federica Boffa Pio, oggi alla guida della Cantina, circondata dai suoi antenati © P. Dutto
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Questo articolo è tratto da Civiltà del bere 1/2024. Acquista
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